Ci sono oggetti che diventano icone perche’ risolvono un problema piccolo e ridicolo in modo elegante e definitivo. La lampada Arco, disegnata nel 1962 da Achille e Pier Giacomo Castiglioni per Flos, e’ uno di questi.
L’oggetto

Un arco di acciaio inox lungo poco piu’ di due metri, una base in marmo di Carrara da 65 chili, una cupola di alluminio satinato all’estremita’. Nulla di piu’, nulla di meno. Da sessantatre’ anni la lampada Arco fa la stessa identica cosa: illumina un tavolo dall’alto senza che il filo passi dal soffitto.
L’aneddoto: un lampione in salotto
I fratelli Castiglioni avevano un problema preciso da risolvere. Volevano portare in casa la qualita’ della luce dei lampioni da strada — quella forma di illuminazione zenitale, perpendicolare, perfetta per una tavola apparecchiata o per una scrivania — ma senza dover bucare il soffitto per far passare un cavo.
La soluzione fu radicale: prendere il lampione, staccarlo dal palo, e portare il palo dentro casa, piegato ad arco. Il cavo elettrico corre dentro lo stelo cavo di acciaio, esce dalla base, va alla presa a muro. Nessun foro nel soffitto, nessuna trattativa con il proprietario di casa o con l’amministratore di condominio.
C’e’ un dettaglio costruttivo che racconta la cultura del progetto meglio di mille discorsi. La base di marmo di Carrara — 45 x 45 centimetri, 65 chili di peso — ha un foro passante al centro. Quel foro non e’ decorativo. Serve a infilarci un manico di scopa o un bastone, in modo che due persone possano sollevare e trasportare la lampada come si trasporta una portantina. I Castiglioni avevano previsto perfino il trasloco.
I fratelli Castiglioni

Achille (1918-2002) e Pier Giacomo (1913-1968) Castiglioni erano due fratelli milanesi figli dello scultore Giannino. Lavoravano insieme nello studio di Piazza Castello, a due passi dal Castello Sforzesco. Achille avrebbe vinto nove Compassi d’Oro nella sua carriera, un record. Pier Giacomo, scomparso prematuramente nel 1968, fu il complice silenzioso di quasi tutti i progetti piu’ famosi: la Mezzadro, lo sgabello Sella, il Toio, la Taccia.
Della Arco, Achille avrebbe detto in un’intervista: “Era una soluzione tecnica per un problema funzionale. Non avevamo nessuna ambizione iconica. Volevamo solo poter spostare la luce dove ci serviva.”.
Perche’ e’ iconica oggi
La Arco e’ nei musei — al MoMA di New York, al Triennale Design Museum di Milano, al Vitra Design Museum di Weil am Rhein — ma soprattutto e’ ancora in produzione. Flos non l’ha mai tolta dal catalogo dal 1962. Il modello attuale e’ praticamente identico a quello originale: stesso disegno, stesso marmo di Carrara, stesso stelo telescopico in tre sezioni. Si vede in centinaia di film e serie televisive — chi ha visto “Mad Men” o “James Bond – Una cascata di diamanti” l’ha gia’ incrociata.
E’ diventata simbolo perche’ incarna una regola che oggi nel design si e’ un po’ smarrita: la forma non e’ decorazione, e’ la conseguenza visibile di una funzione risolta bene. La stessa lezione che si ritrova in altre icone italiane dello stesso periodo, dalle lampade Stilnovo alle macchine da scrivere Olivetti.
Come riconoscere una Arco originale

Sul mercato del modernariato circolano molte copie. Per distinguere un originale Flos da una replica conviene guardare quattro punti.
La base in marmo di Carrara — bianco con venature grigie sottili, non bianco uniforme — con il foro passante al centro. Le copie spesso usano marmi di altra provenienza o resine effetto marmo, oppure non hanno il foro.
Il marchio Flos inciso o stampato in piccolo sulla base e sulla cupola. Sulle versioni piu’ vecchie il marchio puo’ essere su una targhetta metallica.
Lo stelo telescopico in tre sezioni di acciaio inossidabile, regolabile in altezza. Le copie hanno spesso uno stelo monoblocco non regolabile.
La cupola in alluminio satinato con piccoli fori di ventilazione sul bordo superiore e un disco rotante interno che permette di orientare il fascio di luce.
Una Arco al Bello dell’Usato
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Ogni oggetto ha la sua storia. Quella della Arco e’ la storia di due fratelli che non volevano forare un soffitto. Sessantatre’ anni dopo, illumina ancora i salotti di mezzo mondo.


