Sedia Superleggera di Gio Ponti per Cassina, vista 3/4

Superleggera di Gio Ponti: la sedia che rimbalzava dalla finestra

Milano, fine anni Cinquanta. Da una finestra al quarto piano vola fuori una sedia. Non si rompe. Tocca il selciato e rimbalza come una palla, intatta. È così che Gio Ponti decise di presentare al mondo la sua Superleggera, modello 699 prodotto dalla Cassina dal 1957. Una sedia che pesa appena 1,7 chilogrammi e che resiste a una caduta da dodici metri. Quella scena – metà collaudo, metà numero da circo – è entrata nella mitologia del design italiano. Ma la storia vera comincia molto prima, e parte da un piccolo paese della Liguria.

Sedia Superleggera di Gio Ponti per Cassina, vista 3/4
La Superleggera 699 di Gio Ponti per Cassina. Foto: Cyril5555, pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Chiavari, 1807: nasce la nonna della Superleggera

Per capire la Superleggera bisogna fermarsi a Chiavari, sulla riviera ligure di Levante. Nel 1807 il marchese Stefano Rivarola, presidente della Società economica del paese, chiede a un giovane ebanista locale di reinventare le sedie francesi in stile Impero che vanno di moda nei salotti torinesi e milanesi. L’ebanista si chiama Giuseppe Gaetano Descalzi, ma tutti lo conoscono come “Campanino” perché viene da una famiglia di campanari.

Campanino non si limita a copiare. Toglie. Smonta la sedia, riduce le sezioni di legno fino al limite della stabilità, inventa un sistema di incastri che tiene insieme tutto senza colla. Usa ciliegio selvatico, acero, faggio dei boschi dietro il paese. Per la seduta intreccia a mano sottili strisce di salice palustre direttamente sul telaio. Nasce così la chiavarina, una sedia leggerissima ed elegante che in pochi anni conquista mezza Europa. La acquistano Carlo Alberto di Savoia, Napoleone III e perfino Antonio Canova. Alla morte di Descalzi, nel 1855, a Chiavari ci sono seicento operai che fanno solo sedie.

Poi, lentamente, l’industria austriaca della Thonet con le sue sedie a vapore mette in difficoltà l’artigianato ligure. La chiavarina sopravvive, ma diventa un oggetto di nicchia. Per quasi un secolo nessuno prova davvero a rifarla. Fino a un milanese del Politecnico che dopo la guerra inizia a pensare a una sedia “per il popolo”.

Gio Ponti e l’idea di una sedia “senza aggettivi”

Ritratto fotografico di Gio Ponti negli anni Cinquanta
Gio Ponti negli anni Cinquanta. Foto: Mondadori Publishers, pubblico dominio, via Wikimedia Commons

Gio Ponti, nato a Milano nel 1891, è già una figura centrale del design italiano quando si mette a disegnare la sua sedia. Architetto, designer, pittore, scenografo, fondatore della rivista Domus, è uno di quegli intellettuali totali che il Novecento italiano sapeva ancora produrre. Nel dopoguerra, mentre l’Italia si rialza dalle macerie, Ponti pensa a un arredamento che sappia stare nelle case modeste. Vuole una sedia leggera, robusta, semplice, economica. Una sedia – come dirà lui stesso – «sedia, senza aggettivi».

Quando guarda al passato, lo sguardo cade naturalmente sulla chiavarina. Tutto quello che cerca è già lì: la leggerezza, la stabilità, l’economia di materiali, la bellezza essenziale dei mobili artigianali. Ma Ponti vuole fare un passo oltre. Vuole portare quella tradizione vernacolare dentro l’industria moderna, senza tradirla.

Otto anni di prove: dalla Leggera alla Superleggera

Il progetto comincia nel 1949 con un primo prototipo. Ponti lavora sulla forma, piega lo schienale all’indietro, cerca un’ergonomia moderna. Nel 1951 nasce il secondo prototipo, battezzato semplicemente “Leggera”. Cassina lo mette in produzione. È già una bella sedia. Ma Ponti non è soddisfatto: vuole spingersi più in là.

Nel 1955 ridisegna tutto. Le gambe e i montanti, che nella Leggera erano a sezione circolare, diventano triangolari, con uno spessore di soli diciotto millimetri. Studia gli incastri millimetro per millimetro per trovare il punto in cui la sedia è ancora robusta ma non un grammo di legno è di troppo. Sceglie il frassino per la struttura, per la sua resistenza a parità di peso, e la canna d’India intrecciata per la seduta. Nel 1957 Cassina avvia la produzione della 699 Superleggera. Pesa 1,7 kg. È robusta come una sedia normale.

Sedia Superleggera al Triennale Design Museum di Milano
La Superleggera al Triennale Design Museum di Milano, nella collezione permanente. Foto: Pava, CC BY-SA 3.0 IT, via Wikimedia Commons

Il lancio dalla finestra (e il bambino con un dito)

A questo punto Cassina e Ponti hanno un piccolo capolavoro tra le mani, ma devono convincere il mercato che quella sedia che sembra di carta velina è davvero solida. Le campagne di comunicazione che inventano nei mesi successivi diventano leggendarie.

La prima dimostrazione è quella più radicale: lasciano cadere una Superleggera dal quarto piano di un edificio. Invece di sfracellarsi al suolo, la sedia rimbalza come una palla e resta intera. È un gesto provocatorio, da artisti più che da industriali. Funziona. La storia gira sui giornali, entra nei discorsi al bar.

Poi arriva la vignetta del bambino che solleva la sedia con un solo dito infilato sotto la traversa. E quella più tarda, ancora più poetica: la Superleggera sospesa in aria, tirata verso l’alto da un palloncino e trattenuta a terra da quattro fili sottili. La sedia che voleva volare via.

Una sedia – sedia, senza aggettivi.

Gio Ponti, sulla sua Superleggera

Da sedia popolare a oggetto di culto

Esposizione di mobili italiani alla Rinascente di Milano, 1956, foto di Paolo Monti
Milano 1956: la città del miracolo economico in cui nasce la Superleggera. Foto: Paolo Monti / Fondo BEIC, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

Nel 1957 la Superleggera viene selezionata per il IV Compasso d’Oro, il premio del design industriale italiano che Ponti stesso aveva contribuito a fondare. Non lo vince, ma la sola candidatura è già una consacrazione. Negli anni successivi entra nella collezione permanente del Triennale Design Museum di Milano, nell’ADI Design Index, nelle collezioni del MoMA di New York e di decine di musei in tutto il mondo.

C’è però una piccola ironia in questa parabola. Ponti l’aveva pensata come una sedia popolare, economica, pensata per le case modeste dell’Italia del dopoguerra. Oggi una Superleggera nuova di Cassina costa più di mille euro. Il “popolo” che il progettista immaginava se la può permettere a fatica. Resta il fatto che la sedia originaria del 1957, prodotta ancora identica a sessantasette anni di distanza, è uno degli oggetti di design industriale più copiati e celebrati della storia.

Sedia Superleggera Cassina 1957 vista dal retro, Furniture Museum Milano
La Superleggera vista dal retro: la sezione triangolare di soli 18 mm dei montanti. Foto: Sailko, CC BY 3.0, via Wikimedia Commons

Le misure della leggerezza

Per chi cerca i numeri esatti, la Superleggera è uno strano esempio di ingegneria estrema travestita da semplicità. Altezza totale 830 mm, altezza seduta 460 mm, larghezza 410 mm, profondità 450 mm. Sezione dei montanti: diciotto millimetri di lato. Materiali: frassino massello per la struttura, canna d’India intrecciata a mano per la seduta (oggi disponibile anche in versione imbottita). Peso totale: 1,7 chilogrammi. Una sedia che pesa meno di due bottiglie d’acqua e regge il peso di un adulto. Una piccola macchina perfetta, mascherata da oggetto familiare.

Cosa cercare in una Superleggera vintage

Se vi capita di incrociare una Superleggera in un mercatino o in una casa da svuotare, ci sono pochi dettagli che fanno la differenza. La marchiatura Cassina sotto la seduta è la prima cosa da cercare: i modelli più vecchi hanno un timbro a fuoco con il numero di serie. La sezione triangolare dei montanti è un segnale immediato di autenticità: le copie posteriori spesso usano sezioni rotonde, più facili da tornire. La canna d’India originale ha una trama fitta e regolare, e con il tempo assume un colore caldo, ambrato. Le imitazioni si riconoscono dalla canna sintetica, più lucida e perfetta, e dal peso: una vera Superleggera la sollevate con un mignolo, le copie pesano sempre qualcosa di più.

È curioso pensare che dietro un oggetto così quotidiano ci siano otto anni di prototipi, due secoli di tradizione ligure, una caduta dal quarto piano e un bambino con un dito alzato. Gio Ponti l’aveva detto subito: una sedia, senza aggettivi. Quel “senza aggettivi” è la cosa più difficile di tutte.

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