Spremiagrumi Juicy Salif disegnato da Philippe Starck per Alessi nel 1990

Juicy Salif di Starck per Alessi: lo spremiagrumi che non spreme

Parigi, 1987. In una pizzeria, su un tovagliolo macchiato di salsa di pomodoro, Philippe Starck disegna un calamaro. Lo disegna, lo ridisegna, gli allunga i tentacoli, gli dà tre gambe sottili. Sta mangiando un piatto di calamari e spremendo un limone sopra. Quel tovagliolo finirà nelle mani di Alberto Alessi e diventerà, tre anni dopo, lo spremiagrumi più famoso e più discusso del Novecento.

Spremiagrumi Juicy Salif disegnato da Philippe Starck per Alessi nel 1990
Il Juicy Salif su sfondo nero. Foto: bru76 (Riccardo Cambiassi) via Wikimedia Commons, CC BY-SA 2.0.

Il tovagliolo della pizzeria

Alberto Alessi, presidente dell’azienda di Crusinallo che da generazioni produce oggetti di metallo per la casa, ha raccontato più volte la scena. «Ho ricevuto un tovagliolo da Starck, e in mezzo a macchie incomprensibili, probabilmente di salsa di pomodoro, c’erano degli schizzi. Schizzi di calamari. Partivano da sinistra, e man mano che procedevano verso destra prendevano la forma inconfondibile di quello che sarebbe diventato il Juicy Salif». Non un brief, non un capitolato tecnico: tre gambe, un corpo a goccia, una nervatura a spicchi. Sul fondo, una firma.

È il 1987. Starck ha trentasette anni, ha appena ristrutturato gli appartamenti privati del presidente Mitterrand all’Eliseo e disegnato il Café Costes a Parigi. Alessi ha iniziato da pochi anni a chiamare grandi architetti a progettare oggetti da cucina: Sapper, Sottsass, Aldo Rossi, Michael Graves con la sua teiera dal fischietto a forma di uccellino. Lo spremiagrumi di Starck arriva sul mercato nel 1990 e cambia per sempre le regole del gioco.

Un alieno di alluminio

Spremiagrumi Juicy Salif esposto come opera di design industriale all'Indianapolis Museum of Art
Un esemplare di Juicy Salif del 1990 nella collezione permanente dell’Indianapolis Museum of Art. Foto: Sailko via Wikimedia Commons, CC BY 3.0.

Le misure sono semplici: quattordici centimetri di diametro, ventinove di altezza. Il materiale è alluminio fuso in stampi e poi lucidato a specchio. Le tre gambe affusolate, alte come matite, sollevano il corpo dell’oggetto a circa venti centimetri dal piano. Sotto ci si può infilare un bicchiere, una caraffa, un piatto. Il corpo ha la forma di un seme allungato, percorso da nervature verticali che ricordano gli spicchi di un agrume visto dall’alto.

Non assomiglia a uno spremiagrumi. Assomiglia a una creatura del fondale marino, oppure a una sonda atterrata da poco sul tavolo della cucina. È uno degli oggetti che ha portato l’estetica organica, quasi biologica, dentro la categoria degli utensili domestici, abituati fino ad allora alla forma severa e funzionale dei produttori tedeschi e svizzeri. Il Juicy Salif non si nasconde nel cassetto: chiede di stare sul piano come una piccola scultura.

«Non serve a spremere limoni»

Qui comincia la parte controversa. Il Juicy Salif, come spremiagrumi, funziona poco e male. Il succo schizza fuori dalle nervature, non c’è filtro per i semi, e il corpo alto fa rotolare via le gocce sopra il bicchiere prima che ci finiscano dentro. Lo stesso Starck, interrogato sulla questione, ha pronunciato la frase che è diventata un manifesto: il Juicy Salif «non è stato fatto per spremere limoni, è stato fatto per attaccare discorso». Letteralmente: per innescare conversazioni.

Donald Norman, uno dei più importanti studiosi di ergonomia e usabilità, lo ha messo in copertina del suo libro Emotional Design del 2004, usandolo come esempio per spiegare perché ci leghiamo a oggetti che funzionano male: ci piacciono comunque, ci raccontano una storia, danno un’identità alla casa. Anni dopo, un articolo del Financial Times sui «design horrors» del Novecento lo ha incluso nella sua lista, proponendo addirittura la riapertura di una «camera degli orrori» al Victoria and Albert Museum di Londra. Lo stesso V&A che però, paradossalmente, lo conserva nella propria collezione permanente.

Alberto Alessi presidente di Alessi tiene in mano il Juicy Salif in un'intervista del 2014
Alberto Alessi con il Juicy Salif in un’intervista del 2014. Frame: Dezeen via Wikimedia Commons, CC BY 3.0.

Alberto Alessi ne parla con divertimento. In un’intervista del 2014 lo definisce «lo spremiagrumi più controverso del secolo» e «uno dei progetti più divertenti» della sua carriera. Per lui non è un fallimento funzionale: è esattamente quello che doveva essere, un oggetto che entra in casa e prende la parola.

Il museo, lo stampo, il mezzo milione di pezzi

Stampo di produzione del Juicy Salif esposto al Design Museum di Londra
Lo stampo di produzione del Juicy Salif esposto al Design Museum di Londra. Foto: Mx. Granger via Wikimedia Commons, CC0 Pubblico Dominio.

Nel 2003, tredici anni dopo il lancio, Alessi ha annunciato di averne venduti oltre cinquecentomila esemplari. È un numero enorme per un oggetto che costa quanto una cena per due in trattoria. Nel frattempo è entrato nelle collezioni permanenti del MoMA di New York, del Metropolitan Museum, del Victoria and Albert di Londra, del Centre Pompidou di Parigi, del Museum of Fine Arts di Houston, del museo della Rhode Island School of Design. Anche lo stampo originale di produzione è stato esposto al Design Museum di Londra come pezzo da museo, non come strumento di lavoro.

Lungo gli anni sono uscite varianti che oggi sono pezzi da collezionista. Tra il 1991 e il 2004 Alessi ha prodotto la versione antracite, nera satinata, in quarantasettemila esemplari non numerati. Per il decimo anniversario, nel 2000, è arrivata la versione placcata in oro, in diecimila pezzi numerati uno a uno. Insieme alla scatola c’era un’avvertenza: questo oggetto non va usato con la frutta vera, perché l’acido citrico corrode la doratura. È l’apoteosi del paradosso: uno spremiagrumi che vieta di spremere agrumi.

Come riconoscere un Juicy Salif autentico

Nel mercato del modernariato il Juicy Salif compare di continuo. Gli esemplari standard in alluminio sono ancora oggi in produzione, quindi un pezzo recente non ha valore collezionistico particolare. Le varianti che invece i collezionisti cercano sono due. La versione antracite, riconoscibile dal colore nero satinato uniforme, è stata fuori produzione dal 2004 e oggi un esemplare in condizioni perfette, con scatola e libretto, raggiunge cifre interessanti. La versione gold, dorata e numerata, è il pezzo più ambito: i numeri di serie più bassi (i primi cento, i numeri tondi) hanno quotazioni a tre cifre alte. Attenzione alle dorature consumate o macchiate: sono spesso esemplari che qualcuno ha usato davvero, ignorando l’avvertenza, e il valore crolla.

Sul fondo di ogni esemplare originale è incisa la firma di Starck e il marchio Alessi. Le riproduzioni non autorizzate, presenti nel mercato online, hanno spesso gambe più corte e tozze, e la lucidatura non riflette in modo speculare come l’originale. Sotto la luce, un Juicy Salif vero si comporta come uno specchio leggermente deformato; una copia ha riflessi opachi e proporzioni sbagliate.

Un oggetto che attacca discorso

A trentacinque anni dal lancio, il Juicy Salif rimane esattamente quello che il suo autore voleva: un pretesto. Lo metti sul piano della cucina e qualcuno, prima o poi, chiede cos’è. Tu rispondi che è uno spremiagrumi. L’altro replica che non sembra uno spremiagrumi. Tu spieghi che in effetti non funziona bene. E allora, perché ce l’hai? Perché qualcuno, nel 1987, ha disegnato un calamaro su un tovagliolo e ha cambiato l’idea di cosa può essere un oggetto domestico. Il discorso, da lì, va da solo.

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