Nel 1968, da uno studio milanese di tre giovani architetti torinesi – Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro – esce una poltrona che non e’ una poltrona. Non ha struttura, non ha cuscini, non ha gambe. E’ un sacco di pelle pieno di pallini di polistirolo. La presentano a Zanotta, che la mette in produzione subito. La chiamano Sacco. Cambia per sempre l’idea di seduta.

L’idea: una seduta che non ha forma
Gatti, Paolini e Teodoro lavorano per Zanotta dal 1965. Il loro brief mentale e’ chiaro: il 1968 e’ l’anno in cui tutto sta cambiando. I salotti formali dei padri sono finiti. I giovani si siedono per terra, su cuscini, sui prati. Allora perche’ progettare un’altra poltrona rigida? L’idea originale – una sacca trasparente piena d’acqua che si modella sul corpo – era impossibile da produrre. La sostituiscono con migliaia di palline di polistirene espanso dentro un sacco di pelle a doppio strato. Il risultato si adatta a qualsiasi posizione: seduti, sdraiati, raggomitolati.
Zanotta scommette tutto: 1968, anno zero
Aurelio Zanotta, fondatore dell’omonima azienda brianzola, era uno che riconosceva le idee giuste prima degli altri. Aveva gia’ messo in produzione il letto Throw-Away di De Pas D’Urbino Lomazzi (1965) e si preparava a lanciare la poltrona Blow gonfiabile (1967). Quando Gatti, Paolini e Teodoro gli portano il prototipo del Sacco, lui non chiede modifiche: lo mette in catalogo cosi’ com’e’. Costo industriale basso, materiali sintetici, montaggio quasi nullo. E’ il manifesto del design anti-monumentale.

Perche’ funziona davvero: l’ergonomia accidentale
Il Sacco non e’ nato come progetto ergonomico, ma lo e’ diventato per caso. Il polistirolo si comprime sotto il peso del corpo e crea istantaneamente un calco. La schiena trova sempre un sostegno, il collo si appoggia naturalmente, le gambe si sistemano dove vogliono. Negli anni ’70 il modello entra nelle camerette dei figli e diventa la prima “poltrona personale” dei ragazzini italiani. La rivista Domus lo definisce “antropomorfo”: prende la forma di chi lo usa.
Come riconoscere un Sacco originale Zanotta
Il Sacco viene copiato in tutto il mondo dagli anni ’70 in poi, sotto nomi diversi: bean bag, pouf-sacco, poltrona-sacco. Quello originale Zanotta si distingue per quattro dettagli: l’etichetta cucita interna con logo Zanotta e codice modello (134 e’ la sigla storica), la doppia camera (sacco esterno + sacco interno tecnico contenente le palline, separabili per la pulizia), il maniglione superiore in cuoio per il trasporto, e le cuciture rinforzate a doppio filo lungo tutto il perimetro. La pelle e’ bovina italiana, conciatura naturale. Un Sacco Zanotta vintage anni ’70 in buone condizioni vale fra i 600 e i 1.200 euro a seconda del rivestimento; un esemplare nuovo di produzione attuale supera i 1.500 euro.

Dal MoMA alle camerette: un’icona democratica
Il Sacco entra nella collezione permanente del MoMA di New York nel 1972, accanto ai pezzi piu’ rigorosi del modernismo. E’ una scelta che fa scuola: per la prima volta il museo accoglie un oggetto pop, italiano, low-tech, che pero’ ha riscritto le regole della tipologia “poltrona”. Negli anni ’80 viene esposto al Triennale Design Museum di Milano come simbolo del Radical Design italiano insieme ai pezzi di Archizoom e Superstudio. Oggi e’ nei libri di storia del design di tutto il mondo.
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