Cape Cod, luglio 1957. In una piccola casa di legno a Eastham, Sylvia Plath e Ted Hughes sono in viaggio di nozze. Non hanno il telefono, non hanno l’auto, hanno le biciclette e poche cose: dei libri, dei vestiti, e una macchina da scrivere portatile che la madre di Sylvia, Aurelia, le ha regalato qualche mese prima. È una Olivetti Lettera 22 nuova di zecca, di un grigio-azzurro chiaro. Sylvia ci batte sopra le sue poesie. Sette anni dopo, su una macchina molto simile, Joan Didion scriverà a Sacramento il suo primo romanzo, Run, River. E intanto, dall’altra parte dell’oceano, Indro Montanelli sta scrivendo i suoi articoli per il Corriere su un esemplare identico, che diventerà il suo simbolo per tutta la vita.

Ivrea, fine anni Quaranta
Per capire la Lettera 22 bisogna tornare a Ivrea, alla fabbrica Olivetti, quando ancora si fanno macchine da scrivere e Adriano Olivetti sta costruendo l’idea di un’azienda che non è solo industria ma cultura, architettura, paesaggio. Il designer si chiama Marcello Nizzoli, è emiliano, viene dalla pittura e dalla grafica, e da quasi vent’anni lavora con Olivetti come consulente di immagine. Aveva già firmato nel 1948 la Lexikon 80, una macchina da scrivere da ufficio dalle forme tornite e voluttuose, accolta come uno spartiacque. Ma la nuova sfida è diversa: serve una portatile. Una macchina leggera, che il giornalista possa infilare in una borsa, che la studentessa possa portare in treno, che l’inviato possa appoggiare sul tavolino di un albergo.
Nizzoli ci lavora nel 1949. L’azienda mette la Lettera 22 sul mercato l’anno successivo, nel 1950. Pesa 3,7 chili, misura 27 per 37 per 8 centimetri. Per gli standard dell’epoca, è un miracolo: la Underwood americana o la Hermes svizzera pesano quasi il doppio. Eppure ha tutto: tastiera completa, tabulatore, doppia spaziatura, leva per inchiostro nero o rosso o assente, persino una piccola innovazione brevettata che combina il tasto di sblocco del margine con l’indentazione di paragrafo. Una macchina pensata per chi scrive sul serio, e tanto.
Il Compasso d’Oro e il MoMA

Nel 1954 la Lettera 22 vince la prima edizione del Compasso d’Oro, il premio appena istituito dalla Rinascente a Milano per consacrare l’idea, ancora nuova, di design industriale italiano. Cinque anni dopo, l’Illinois Institute of Technology la sceglie come miglior prodotto disegnato degli ultimi cento anni. Nel frattempo è entrata nella collezione permanente del Museum of Modern Art di New York, dove sta ancora oggi: una piccola scatola grigio-azzurra in una vetrina dedicata agli oggetti che hanno cambiato la forma del Novecento.
Il successo commerciale segue. In America Sears la rivende con il proprio marchio, ribattezzandola Courier e Diplomat, in carrozzeria rossa con tasti bianchi: è il primo prodotto italiano del dopoguerra a entrare nei grandi magazzini americani con un nome non italiano. In Europa, Olivetti la esporta in decine di paesi. La produzione va avanti fino al 1963, quando viene sostituita dalla Lettera 32. Per tredici anni la Lettera 22 è la macchina da scrivere portatile più desiderata del mondo occidentale.
La macchina di Montanelli

Se la Lettera 22 ha avuto un volto, quel volto è stato Indro Montanelli. Il giornalista la portava ovunque, dalla sua casa a Milano alle redazioni del Corriere prima e del Giornale poi, sui treni, negli aerei, nelle stanze d’albergo dove scriveva i suoi reportage. La teneva sulle ginocchia, la appoggiava su qualunque piano disponibile, batteva con due dita a una velocità impressionante. Quando nel 2006 il Comune di Milano gli dedica un monumento ai Giardini Pubblici di Porta Venezia, lo scultore Vito Tongiani lo ritrae proprio così: seduto, in giacca, con la Lettera 22 appoggiata sulle gambe e le dita sui tasti. I giardini sono stati poi ribattezzati Giardini Indro Montanelli. È raro che una macchina da scrivere finisca in un monumento di bronzo.
Non era l’unico. Su una Lettera 22 hanno scritto Pier Paolo Pasolini, Enzo Biagi, Cesare Marchi. In America l’hanno usata Philip Roth, Joan Didion, William Burroughs (che nel 1964 abbandonò la sua Remington per passare all’italiana), Leonard Cohen. Lo scrittore tedesco Günter Grass ne aveva addirittura tre, una per ciascuna delle sue case in Portogallo, Germania e Danimarca: portarsela dietro nei trasferimenti era una scocciatura, allora ne teneva una in ogni studio. Tom Hanks, che colleziona macchine da scrivere antiche, ne possiede vari esemplari.
La macchina del cinema

Il cinema l’ha amata. Compare in Plein Soleil di René Clément del 1960, l’adattamento francese del romanzo di Patricia Highsmith con Alain Delon, e poi quarant’anni dopo nel remake americano Il talento di Mr. Ripley di Anthony Minghella, dove Matt Damon-Ripley la usa per battere a macchina i suoi falsi. David Cronenberg in Pasto Nudo (1991) la mostra trasformata in creatura aliena, con l’etichetta Olivetti coperta e sostituita da una finta marca “Martinelli”. Nel piccolo film cult Submarine di Richard Ayoade (2010) il protagonista quindicenne batte i suoi pensieri proprio su una Lettera 22. È diventata un’icona visiva: quando il regista vuole dire “anni Cinquanta”, o “scrittore”, o “giornalista d’altri tempi”, inquadra una Lettera 22.
Curiosità della tastiera: 0 e 1 non ci sono
Una stranezza affascinante. La tastiera italiana della Lettera 22 (in disposizione QZERTY, non QWERTY) non ha i tasti per i numeri zero e uno. Non è un dimenticanza: era convenzione comune sulle macchine da scrivere meccaniche dell’epoca. Per scrivere “uno” si usava la lettera “l” minuscola, per scrivere “zero” si usava la “O” maiuscola. Risparmiare due martelletti significava risparmiare meccanica, peso e costo. Provateci oggi: digitate “1950” battendo l-9-5-O. Funziona, anche se all’occhio moderno fa uno strano effetto.
Come riconoscere una Lettera 22 da collezione
Nel mercato del modernariato la Lettera 22 è uno dei pezzi più comuni da incrociare, e quindi uno dei più esposti a confusioni. Le distinzioni che contano sono tre. La prima è cronologica: gli esemplari prima del 1953 hanno il logotipo Olivetti in stile sans-serif squadrato sul carter posteriore; dopo il 1953 il logotipo diventa quello “moderno” con la o stilizzata. La seconda è cromatica: il grigio-azzurro chiaro è il colore base, ma esistono varianti rosse (rare, soprattutto per il mercato statunitense Sears), nere (poco diffuse) e verdi. La terza è funzionale: la macchina deve battere. Tutti i martelletti devono scendere e risalire correttamente, il nastro deve scorrere, la leva di ritorno carrello deve tornare in posizione senza forzature. Una Lettera 22 con martelletti incollati o nastro mancante costa la metà di una perfettamente funzionante.
Attenzione alla custodia. Quella originale è una valigetta rigida in cartone pressato rivestito di tela grigio-azzurra, con maniglia in pelle sintetica e chiusure metalliche. Una Lettera 22 con la sua custodia originale in buono stato vale dal venti al trenta per cento in più di una sola. Le custodie sostitutive, in similpelle nera, sono spesso aggiunte degli ultimi decenni e non sono originali. Sul fondo della macchina, un’etichetta metallica riporta il numero di serie: è utile per datare l’esemplare.
Una macchina che fa rumore
Quello che rende la Lettera 22 emozionante oggi, settantacinque anni dopo, non è solo la forma: è il suono. Il battere dei martelletti sulla carta, il ritorno del carrello con il suo campanellino, il rotolare del foglio sul rullo. Sono rumori che gli scrittori contemporanei riscoprono come una specie di terapia analogica contro il silenzio dei laptop. Negli ultimi anni le Lettera 22 funzionanti hanno visto crescere il loro valore proprio per questo: non sono più strumenti da scrittura, sono strumenti da scrittura lenta. Le si trova nei salotti dei collezionisti, sulle scrivanie dei creativi, nei caffè letterari di Berlino e Brooklyn. Un piccolo oggetto di Ivrea che continua, a modo suo, a battere.


